Adesso cago
E vado a letto
E mi addormento pensando
Ai sogni per il
Domani
E domani mi sveglio senza i
sogni
Ma con dell’altra
cacca in corpo
Quando muori fa’ sapere (dall'Adriatico con furia version)
Inoculati in testa che non voglio più capire, sono stufo di capire, sono stufo di mentire e dire che mi stai simpatico solo perché stando alle tue scimmie mi conviene, dire che è accettabile che tu respiri quando credo che sia meglio per entrambi se tu muori. No, guarda, non esiste, non c’è svicolo, né verso, né “non hai visto questo” in cui puoi metterla: puoi solo toglierla, levarti la targhetta e disfarti dietro l’angolo, assumere la giusta posizione che conviene a chi non ha mai fatto un cazzo, chi non ha studiato un cazzo, chi non ha imparato un cazzo, chi non ha sudato un cazzo, sperato temuto mai ottenuto ciò che aveva già in partenza, sei un pagliaccio nato nei vestiti troppo grandi del suo papi, sei l’ennesimo dei lapi, tu mi stressi più dei fiacchi letterati, mi sento come un paki se governa Cofferati, vaffanculo muori stronzo, non guardarmi quando passo, non mi fare “oh”, non chiamarmi “Don”, non venirmi a dire quanto sia dura la vita, perché tu non c’hai un’idea né di cosa sia la vita né di cosa c’è di duro, me lo ha detto la tua amica, sappi che se non mi metto nei tuoi panni è perché non mi è possibile, la tua è un’esistenza incomprensibile da qui dove sto io, qua ci tira un vento gelido del dio mentre tu ti lagni del ritardo del tuo aereo che va a Rio, ridammi ciò che è mio, ridammi ciò che mi appartiene di diritto, vorrei facessi un dritto, quindi inforca quel ferrari e mostrami che cosa ci sai fare, capire? Mi fa merda, tu sai solo farmi merda, la tua donna mi fa merda, il tuo cane di merda mi fa merda, tuo figlio la tua casa e il caminetto con il jazz mi fanno merda, dammi una cinta, Osama, dammi una cinta, lo rimetto a posto io questo pezzo di catarro che da sempre ce l’ha vinta, esplosioni al Ledimar, nelle ville sopra la collina, il Docks in fiamme, chiedi alla benzina, tonnellate e tonnellate di nitroglicerina per la mamma dei cagoni sempre incinta. Tu dici che io non posso dire, che mi conviene stare zitto perché la volta prossima potrebbe anche servire, che il falso suona bene se me ne convinco io per primo, che potrei riempire il mio pensiero con le attuenazioni se lo limo, potrei accettare, capire, piegarmi, e anche comprendere, sforzarmi, reprimere, considerare e attendere, magari tollerare, magari anche calmare, farmi nelle vene di “nonostante tutto”, “malgrado il fatto che”, “ciononostante”, e “in fondo così è”, e invece no, e invece vaffanculo, tu col tuo “altrimenti” da strozzino, usuraio della merda mi sorridi mentre sono in un casino, il tuo “altrimenti” è nullo, non funziona da nessuna delle parti in cui lo prendi, l’alternativa è finta e ho smesso di fidarmi, non ho più nulla in mano, solo ciò che cago, Kagamosho per davvero, più stronzo di Jon Dago, ProsaNostra ti insegue dalla costa fino al cielo, quindi, dato che il possibile guadagno per me equivale a zero, l’unica soddisfazione è se ti muti in una lapide con davanti un cero, equivale a dire che per me devi morire, pezzo d'imbecille, merda d’uomo, scorreggia di coniglio malato, devi finire. Se muori io non mi lavo le mani alla Pilato, no, io godo come Montezemolo se muore un sindacato, per festeggiare io ti faccio il portafoglio e ci compro lo spumante, il più sofisticato, e, non avendo altro da fare grazie a te, trascorro un anno a bere. Quindi quando muori fa’ sapere.
L'INTERVISTA TRIPLA DEI KaGaMosHI
La KaGaTa più pazzesca della tua vita?
A - Lo ricordo come se fosse ieri. Cena con amici. Preso dall’euforia della milano borghese mischio del vino con del limoncello, così.. proprio per andare in merda con le mie stesse mani. Proseguo la serata con porcherie culinarie ed alcolici rummeggianti. Alle tre e trentacinque un amico che fortunatamente non ho più rivisto ha la fantastica idea: “se famo du spaghi?” Accetto senza riserve. Quattro e venti. Avverto dapprima una sorta di vuoto (preludio della grande piena) beh, per farla breve. Rimango a contare gli stronzi (anche perché le pecore si erano rifiutate di passare) per più di un’ora. Lo ricordo come se fosse ieri. Aspetta un attimo. Era ieri.
J - A Budapest, dopo aver mangiato una cosa che non ricordo. Stiamo fermi alle bancarelle di un mercatino. Spero che gli altri si muovano perché comincio ad avvertire l'impellenza come cosa che si farà presto impellente ma la dolce Chiarina si ferma a ogni ciaffo. A un certo punto allungo la testa in avanti per vedere meglio un ciaffo lontano e qualcosa dentro di me viene risucchiato da un vuoto all'altro piegandomi in due. Comincio a correre verso il non so cosa. Attraverso la grande piazza sotto lo sguardo severo dei magiari di pietra e raggiungo un ristorante fico assolutamente deserto. Incontro solo un cameriere al quale urlo "uers da toileeet?!", il tempo di attendere il suo cenno direzionale, solo quello, perché il tempo di far cadere i pantaloni e spruzzare sul cesso alla turca è stato il medesimo. Poi una volta in Istria, prima del confine italiano, in un campo, di notte; stringendo tra le mani un pupazzo di Pluto della Disney fatto solo con la testa e un bastone rosso per corpo. Socialismo reale.
S - Io non pensavo fosse possibile, ma riuscire a farla tutta dentro a una turca, stando in piedi fuori dalla porta del bagno può capitare (bè dai, quasi tutta, diciamo il 90%, che è comunque tanto se pensate a una distanza di almeno 50cm). Può capitare soprattutto se sei in Messico, dormi su un’amaca in una specie di capanna sulla sabbia e mangi le specialità del posto, le quali terminano con una sistematica quanto misteriosa inclusione finale di una mosca!
Apri la finestra/la ventola o ti piace odorare la tua opera?
A - Rimango in silenzio per un minuto, un’opera così importante va commemorata. Delle volte chiamo la banda del paese, ma solo nei casi di eccessivo impegno. E comunque le finestre rimangono sempre sigillate, nessuno oltre a me deve godere di quell’esperienza. Finito l’odore mi chiudo in un silenzio profondissimo, delle volte obbligo i miei conviventi a portare il lutto al braccio per giorni.
J - Se abito da solo annuso. Sennò apro la ventola/finestra.
S – Spero di non svenire prima di riuscire a prendere la decisione.
Rifletti mai sullo stato dello stronzo? e se sì, riusciresti a disegnare facce equivalenti a quella consistenza galleggiante?
A - Grazie per la domanda erano anni che l’aspettavo. Allora xxxxxx è un grandissimo xxxxxxx e xxxxx di xxxxxxx perché non si deve permettere di... ma aspetta, voi censurate. Nooo. Bastardi!
J - Rifletto sempre sullo stato dello stronzo, per una buona abitudine salutista e perché da piccolo, quando lo stronzo non aveva una valenza negativa, lo stronzo più grande era il nonno, poi c'era il papà, poi mamma e quella caccolina ero io. No, non so disegnare.
S – Il dottor Smarelli, il mio pediatra, ha sempre asserito che era consigliato monitorare la propria salute anche dalla propria produzione di merda. Io non discuto con un tale luminare della medicina moderna e osservo da bravo praticante. La seconda, no, sarebbero solo disegni di merda (e la battuta è involontaria).
Ti capita mai di avere una pressante voglia di scrivere durante/subito dopo l'evacuazione?
A - No, perché la scrittura ha bisogno di tutto ciò che blocca. Quindi hai bisogno degli stronzi per scrivere? Risparmiati le battute. Le stronzate sono ben altra cosa e non mi riguardano, chiaro!
J - Sempre. È come un blocco che se ne va e tu capisci finalmente cosa vuoi raccontare.
S – Posso scrivere in tanti luoghi e l’averlo fatto anche sulla tazza, come con queste risposte, ne è la riprova.
Quanto incide il fatto di essere seduto sulla tazza dietro una porta chiusa a chiave sul tuo desiderio di masturbarti?
A - Bella domanda. Solitamente pochissimo. Ho bisogno di immagini vive, e se si muovono e pure meglio. Si chiamano bambole gonfiabili! Zitto, tu! Fatti gli affari tuoi.
J - Quando ero più piccolo era la regola: ogni cagata una sega, senza contare le seghe autonome. Ultimamente non mi masturbo.
S – Mi piacerebbe rispondere che, considerando il fatto che condivido l’appartamente con tre giovani studentesse, proprio poco, anzi! E la risposta è questa, però vivo da solo.
Cosa non dovrebbe mai mancare a portata di mano quando sei sulla tazza?
A - L’uncinetto. Sono diventato un mostro. Pensa che domani consegno il vestito da sposa ad un’amica della mia convivente.
J - La matita per sottolineare ciò che sto leggendo o, peggio, per fare la settimana enigmistica. Me la dimentico sempre in camera, quella maledetta matita. Oppure nella fretta afferro quella senza punta. Orrendo.
S – Sigaretta e accendino.
Qual'è stata l'ultima cosa che vi è caduta nella tazza e avete dovuto recuperare con aria schifata? (se rispondete due supposte di oppio, non vale, l'hanno già sparata questa cartuccia).
A - Il diploma di maturità classica. È ancora lì. Non va né giù e ne su. Sta scuola dell’obbligo...
J - Mai niente. Vi giuro. Mai niente.
S – Una volta. Preciso, a tazza casalinga intonsa, gli occhiali. Non è comuqnue un piacere il recupero.
Che genere di lettura preferisci sulla tazza?
A - La risposta prevedibile sarebbe un classicone commerciale tipo tre metri sopra il cielo di Federico Moccia eccezionale esempio di unione tra il semplice ed il dilettevole: infatti è stato un vero piacere liberarsi l’intestino con cotanta naturalezza ma poiché i libri che mi fanno compagnia sulla tazza servono solamente per aiutare la rara stitichezza devo ammettere che non porterò mai i miei idoli perché significherebbe impregnarli della mia pochezza. Ecco perché mi fiondo sulle grandi offerte: Baricco aiuta che un piacere quando lo stronzo è duro perché immaginarselo di “seta” lo fa passare meglio, Faletti ti da una grossa mano quando pensi che il colon sia un giallo irrisolto, Benjamin Lebert è una manna, quel suo “ultimo treno della notte” è la giusta metafora dopo una cena a base di cervi vivi, Garcia Marquez poi, è la purga naturale che tutte le nonne consigliano.
J - Tutta, anche la settimana enigmistica. Ultimamente però sono così stanco che vado al cesso prima di decidere cosa leggere, non mi porto dietro nulla e va bene così.
S – Se sono a casa di mia nonna una copia di Visto o simile letteratura. Da me leggo spesso i foglietti informativi dei medicinali, visto che come al solito faccio le cose all’ultimo minuto e devo sbrigarmi a correre fino all’ala “Fenice” della mia residenza, quella dove c’è il bagno.
Qualcuno mi sa dire perchè quelle, rare, volte che mangio da Mac Donalds, il tragitto stomaco-intestino-sfiatatoio sembri saltare la parte centrale?
A - E’ perché guidi con troppa foga. Non ci sono prove. Le tue sono illazioni! È un’azienda seria!
J - Fortunatamente sono vegghi.
S – Lo stomaco è molto più furbo dell’uomo.
E' la sera della vigilia di Natale, siamo in centro città e c'è un traffico di macchine e gente pazzesco. All'angolo della strada ci sono tre persone che sembrano avere bisogno di un aiuto. Una signora anziana, completamente avvolta da un pesante cappotto marrone e ansante per il peso di due sacchetti della spesa, che cerca di trovare il momento giusto per attraversare la strada tra tutti quei tubi di scappamento fumanti. Un ragazzo sui trent'anni a braccetto con la sua fidanzata che, risalendo per la via, si ferma ad ogni vetrina, il dito di lei punta sempre verso quei riflessi rosso/oro ad ogni sosta, lui dice qualcosa e con le mani nelle tasche della giacca stringe il portafoglio. Tu invece, cosa cazzo stai facendo?
A - Immaginatelo. Ti do un aiutino: è lo stesso discorso da un'ora.
J - Afferro la signora, guardo la tipa, guardo a sinistra poi a destra, guardo la tipa, faccio attraversare la strada alla signora e intanto guardo la tipa, la signora mi ringrazia e mi saluta e mi guarda, ma io non la ascolto, la saluto distrattamente e guardo la tipa.
S - Se alzi lo sguardo mi trovi ad una delle finestre del palazzo di fronte. Osservo il viavai natalizio, molto probabilmente sto fumando e ascolto qualcosa di “acustico”. Non faccio molto, sto solo aspettando che i 50mq del mio monolocale, dopo la mezzanotte, si riempiano di gente che passa portando in dono qualche liquido, lo stesso che poi mi costringerà quasi a cacciarli di casa a notte fonda.
Qual è il pensiero più ricorrente dopo aver finito di evacuare?
A - Non vedo l’ora di rincontrarti. È stato bellissimo. Lui, mi guarda meravigliato. Ma la poesia dura poco, tre secondi dopo ho già tirato lo sciacquone. E lo so, sono cinico. Non mi sono mai piaciuti i finali tristi.
J - Spero di farmi il bidè bene: non sopporto quei pizzicotti nel buco del culo.
S – E’ una domanda a me stesso, fatta tutta? Cagare a metà è proprio un’insoddisfazione.
La libertà è liberarsi?
A - No, è liberarsi della definizione di libertà.
J - No, ma liberarsi aiuta.
S – Chi cazzo c’è a fare le domande? Marzullo? La libertà non esiste, ma liberarsi si può.
Controlli mai il risultato finale? intendo dire ciò che rimane sulla carta? e se si, perchè lo fai?
A - Certo, che controllo. E vorrei ben vedere. Cosa racconterò ai miei nipoti se non mi faccio una cultura di sana vita.
J - Certo. Curiosità. Spero.
S – Sì, ma è la prima volta che ci penso e non so dirti il perchè. Forse puro istinto.
Se rimane traccia del tuo prodotto naturale sul bordo inferiore del cesso, lo pulisci oppure ti senti in dovere di non infierire?
A - È come chiedere ad un musicista di buttare le corde della sua chitarra una volta finita la canzone. Deve rimanere lì, in eterno. Almeno... mi hanno insegnato così.
J - Pulisco, pulisco.
S – Se in case private, sempre. Nei bagni pubblici, solo se la manovra di pulitura è agile, e nel caso non lo sia, spero di non incrociare nessuno fuori ad aspettare il suo turno.
Pensi mai a Dio o alla Madonna quando caghi? la posizione della spremitura non richiama per associazione la preghiera?
A - Beh.. Dio è sempre con me. Mi ha promesso che non mi abbandonerà mai. Vi racconto un segreto. Nei periodi di quaresima io ed i miei conviventi facciamo a turno (mantenendo l’asse sempre calda) per richiamare la Sua attenzione.
J - Penso spesso a Dio, ma quello lo faccio anche fuori. La cosa strana è che penso alla Madonna solo sulla tazza.
S - Bella domanda! non ci avevo mai pensato, d’altronde anche Dio pensa poco a me.
COMING SOON...
L'intervista tripla dei KaGaMosHI
"Chi crede ancora alle favole deve farsene una ragione: la madre".
L'obitorio è l'ultimo posto al mondo dove una madre vorrebbe vedere il suo figlioletto ma in uno stato dove l'attesa è il giusto prezzo da pagare con anticipato tiket, tutto può essere messo in conto. Si, tutto.
Anche il sentirsi dire che il proprio figlioletto di anni sette lotta tra la vita e la morte perchè un fottuto animale (di questo si tratta) si è dimenticato di fare dei test antiallergici.
La prassi, infatti, impone che chi deve sottoporsi ad interventi chirurgici dove l'anestesia è l'unico mezzo per evitare atroci grida e non solo, deve essere preventivamente analizzato con test, controlli, esami, prelievi che non serviranno solo a formare la cartella clinica ma anche ad evitare clamorosi errori.
Ma la legge (che come sappiamo interviene esclusivamente per schiacciare il buon senso e ridurlo a principio astratto) serve per scaricare le colpe su chi, con una firma, affida alla speranza, del speriamo vada tutto bene, parenti e amici, figli o semplici conoscenti. Per chi non avesse capito sto parlando di un semplicissimo modulo dove in modo assai funereo prospettano le possibili cause della fine di chi dovrà finire sotto ai ferri (nel giochetto di parole sta la chiave). I cosidetti incidenti di percorso che con una firmetta si autorizzano a diventare come causa di morte naturale. Evitando, così, cause inutili e futili perdite di tempo.
Ed'è questo (e cioè quel giochetto), quello che deve aver pensato l'animale (anestesista e/o medico) mentre in bagno si masturbava davanti al poster di qualche mignotta in posa artistica, invece di fare il proprio dovere (e cioè seguire alla lettera la prassi: controllli, esami, analisi).
Sullo sfondo rimane sempre quella madre che immersa nelle lacrime di chi non fa più notizia piange il suo figlioletto di sette anni appena compiuti. Le mani sono tra i capelli mentre è la testa oscillante quella che cerca di farsene una ragione, forse inutile. I suoi perchè fanno a botte con la realtà, la stessa che non potrà restituirle mai più il sorriso del suo bambino.
E mentre qualcuno perde ancora il suo tempo illudendosi con paroloni dal bel suono all'interno di studi televisivi dove le domande sono state preventivamente concordate e le risposte: scritte in gran segreto da scimmie imbalsamate. Io mi chiedo se questo è il mondo. Se questo è quello che abbiamo voluto. Se questo è giusto. Se questo vale la pena di essere vissuto. Mi vengono in mente tante cose ma avrei bisogno della faccia di quel fottuto animale per realizzarle. Forse.. farei bene a spegnere la televisione per un pò ma anche così, non sarei comunque in grado di restituire la felicità a quella madre.
Importanza dello Stronzo Benvenuto
Oggi niente kaghemòshe
Oggi ho pensieri belli e forti
Come stronzi benvenuti
Intonsi e costanti
Come quel vaffanculo
Pieno di amore e incomprensione
Ma che rimane un vaffanculo
Che non ti ho detto
Andandomene
In silenzio
Scendendo le scale
Digrignando i denti
Finché il nervoso
Non si è fatto pace
Perché ho smesso di pensarti
Sì
Ho smesso di pensarti
Oggi ho smesso di pensarti
E
Quando sono tornato a pensarti
I pensieri erano fatti di un niente
Bello, tondo e benvenuto,
Solido,
Intonso niente
Benvenuto.
HUMAN DILDO
C’è chi dice tu non dici
C’è chi dice tu sei fuori
C’è chi dice tu non mi piaci
C’è chi dice perchè non sei
A. non lo sa, al momento le unità spazio-temporali sono abbastanza instabili, ma è da circa un’ora che è spalmato in una sorta di dormiveglia sul tappeto di casa sua. Si è piegato per cercare un cd in uno dei ripiani più bassi vicino allo stereo, dopo cinque minuti di inutile ricerca hanno iniziato a fargli male le ginocchia, si è sdraiato in una posizione più comoda e così è rimasto fino ad adesso.
Testa appoggiata sulle braccia incrociate, bocca leggermente aperta come quando dorme pesantemente e un flebile vocio che ondeggia in sottofondo. Si avvicina e si allontana ritmicamente come cerchi concentrici, ma le voci sono troppo indistinte per poter essere riconosociute o, ancora meglio, capite.
Apre un occhio ed eccolo lì, davanti al suo naso, il cd che stava cercando prima di crollare su se stesso come pelle senza ossa. Lo stupore dura un secondo, il tempo di ritrovare un briciolo di lucidità e rendersi conto che un paio di gambe sfilano sul tappeto sul quale si trova anche lui, poi un altro e un altro ancora.
La porta si apre, la stanza viene illuminata da una lama di luce, le chiavi nella serratura tintinnano e il tintinnio riecheggia nella testa di A. Rimbombano tra le pareti appannate dei suoi sensi e dopo un frenetico rincorrersi le lettere assumono una forma nel suo pensiero a fumetto: “stanno andando via”. Richiude l’occhio aperto e decide di cullarsi ancora un po’ in quello stato latente.
Anche se A. non se ne accorge, non tutti sono usciti, una persona è rimasta. Seduta sul divano, adesso si sta sporgendo da sopra lo schienale, lo guarda immobile sul tappeto e purtroppo non ci è dato sapere cosa stia pensando perchè non le è stato chiesto, ma i successivi gesti, alzarsi dal divano, chinarsi sopra il corpo immobile di A. e toccarlo con un dito neanche avesse davanti un cadavere, ci indicano una direzione, pur senza molto senso.
A. avverte il contatto, ma non si scompone più di tanto. La seconda volta il dito spinge più in profondità, allora si impegna e si gira; pancia in su il mondo sotto-sopra diventa sopra-sotto, poco cambia. I contorni sono familiari, ma non così i particolari che si sommano senza unirsi in modo coerente. Qualche strizzata d’occhio per fissare l’immagine, una frase parte e un’altra arriva, ma di comunicazione c’è n’é poca, praticamente nulla.
Lei all’improvviso allunga una mano che si posa sulle labbra di A., nello stesso istante quelle dita si trasformano in altre labbra. Rimane immobile per un secondo, forse qualcuno di più e dopo tutto avviene naturalmente veloce, immediato. Senza comprensione per uno e nessuna parola di lei che possa spiegare (un’altra volta), si sente solo il rumore di cerniere e cinture, bottoni e zip. Il contatto diventa carnale e poco importa se domani A. non sarà in grado di ricordarsi le sensazioni, la cosa veramente importante è che riesca a sentirle adesso, già quello sarebbe tanto. Qualcosa nell’agitazione generale, senza bisogno di ordini da parte del proprietario, si indurisce al contatto con una mano calda, il calore si espande a tutto il corpo e diventa accecante.
Un lampo, andata e ritorno. A. non saprebbe dire quanto sia durato, ma posso dirvi che per entrambi la soddisfazione è ben lontana, nonostante uno dei due materialmente l’abbia raggiunta.
Come una foglia morta si stacca dall’albero, lei lo fa da lui. Si alzano scomposti nel tentativo di richiudersi dentro tutti quegli strati di cotone, lana e quant’altro, per ritrovarsi seduti sul divano. Lei rimane silenziosa appoggiandosi su un bracciolo, nella stessa identica posizione di prima, A. invece sembra aver ripreso qualche sensazione per la spina dorsale perchè all’improvviso ha sete.
Si alza, apre il frigorifero e prende l’ultima birra rimasta. Quando si risiede guarda per qualche secondo all’altro capo del divano, adesso sì che c’è anche qualche particolare oltre alla familiarità di fondo. I loro sguardi si incrociano, ma nessuno dei due dice niente e quando la musica finisce, A. accende la televisione. Un sottofondo di video musicali a rotazione si allarga per la stanza anche se nessuno dei due presta attenzione allo schermo: lui concentrato a cercare la scatolina del fumo e lei a far vagare lo sguardo adesso sonnolento per la casa.
Quando sta per leccare la cartina, lei si alza di scatto, passa davanti ad A. e quando lui alza gli occhi sente la sua voce dire, “Ciao, buonanotte”, ma non ha tempo nemmeno di rispondere, è già fuori di casa.
La porta si chiude, A. si rimette all’opera e ha il primo pensiero definibile tale da chissà quanto tempo, “lei ha il ragazzo!”, subito seguito da un altro, “strana la gente”.
Spegne tutte le luci, la tv e lo stereo, si affaccia alla finestra e accende la canna della buonanotte di questa stramba nottata.
[si precisa che storia e personaggi sono inventati da una mente deviata, qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale. Lo dico per evitare di ritrovarmi la posta intasata di mail contenenti la stessa domanda: CHI E’? e per non dovermi sorbire decine di telefonate dalle redazioni dei vari Chi, Visto, Novella 2000, ecc.]
FENOMENOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE ARTISTICA NELL’ERA PRE-BLOG ovvero POETILANDIA/POETOPOLI, NANI E BALLERINE
Agli inizi, fine anni novanta
anch’io mi ci sono buttato
Scegliti un nickname e una password
e poi pubblica
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prosa, poesia, diario, ecc.
e poi pubblica
Io pubblicavo,
ma era come non farlo
Poi ho pensato:
“Anche una società convenzionale
si basa sugli scambi”
Ho iniziato a leggere
commentare quanto visto dai miei occhi
sentito sulla pelle e più a fondo
Io pubblicavo,
ma era come non farlo
Ho rivisto il mio pensiero:
“La gente sì, vuole parlare e sentire
ma quando si tratta di cose sue
critiche, tentennamenti, accenni puntigliosi
non sempre hanno la giusta interpretazione”
Io pubblicavo,
ma era come non farlo
Presa la decisione:
“Commento solo quello che mi piace”
il numero zero a fondo pagina
è diventato un 1, poi un 2, poi ...
per la maggior parte positivi
La catena si è messa in moto
ogni giorno io leggevo, pubblicavo
facevo commenti e ne ricevevo
Io pubblicavo?
Un mese, forse due
Ho capito:
“Nel mondo, virtuale o reale che sia
certi perni su cui far girare tutto
non si sbilanciano più di tanto
tanti danno e si aspettano
tanti aspettano dopo aver dato”
Un semplice click
e ho smesso di pubblicare
Nel manuale del matematico c'è una frase da non capire: "quando il risultato è dato, cancellalo".
Le ultime mirabolanti avventure dei "saltatori in aria" professionisti, sono quelle agli occhi di tutti. Non ci sono volgarità da scaricatore portuale in pensione per esprimere il nulla che rappresentano, ovviamente. Ma rimango stupito da quel complesso di assurde baggianate che quell'ammasso di ingrassatori ex lege esentati riescono a produrre per ripulire ciò che di lurido imbrattano con alzate di mano comprate e frasi dall'ondulazione impnoticamente ridondante. ( "le leggi sono fatte per essere utilizzate e non per essere capite", e chi lo dice è il solito prototipo di vuoto celebrale misto a vomito animale, detto anche giornalista)
cammino per le vie di un centro qualunque quando l'udito ancora valido capta quel segnale di importanza fondamentale: "marocchini di merda! volete ucciderci per prendervi il potere!". il marocchino a terra, sanguinante da un sopraciglio. i gentiluomini: quei bravissimi ragazzi rasati politicamente che una cagna di razza ariana ha voluto spurgare senza il preventivo consenso dell' assocazione nazionale: "merde sin dalla nascita".
Ora, è facile il luogo comune. ma questo non è un racconto dalla morale zuccherata. e il qui presente non vuole farvi ingrassare con puttanate caramellose.
Qui la vena del discorso è che ci odiamo. tutti, indiscriminatamente. non c'è più una razza, non c'è più un credo, non c'è più un dialetto. solo odio. e ogni pretesto è buono per giocare a risolvere i problemi con soluzioni che inducono a reprimere ed emarginare.
la radice sta in quel meno che abbiamo saputo dare a chi tendeva una mano. e quando una briciola era finalmente divenuta risultato l'abbiamo cancellato. perchè rifiutarsi di capire è uno sport che ci riesce da sempre bene.
KaGaSotTO
-Capisci, uomo: parte dal cuore. È come se il cuore desse una pompata e si diramasse in una trentina di piccoli canali, è come se pompasse fuori i suoi tentacoli. Certe volte li vedo: sono verdi, di un verde fosforescente, oppure azzurri; non ho capito se questa differenza significa qualcosa oppure no. Non li vedi allargarsi, no: li vedi solo lampare nel buio del torace quando raggiungono la massima espansione. Questa espansione coinvolge i polmoni, si gonfiano fino a dove non si gonfiano mai quando respiri. Allora devo buttare fuori aria come uno che sta facendo una fatica del demonio a sopportare un rompicazzo con un machete sul suo collo rosso. Solo che il rompicazzo sono io. Vedi, uomo, allora scende, si concentra nella pancia, e anche là senti come lampare, qualcosa che sta a qualche centimetro nelle viscere sotto l’ombelico lampa, e i tuoi muscoli si rilassano mentre il cuore comincia a battere come un picchio di ottanta chili dal becco a martello gommato. E io mi cago sotto. Ecco, uomo, è così che mi cago sotto io.
-Quando?
-Quando devo parlare con qualcuno. Cazzo, uomo. È ovvio.
-Ma stai parlando: ora, qui con me.
-Per me è più facile parlare con te, ora.
-E perché?
-Perché non mi fa sentire un incapace, uomo. È tutto qui. Il resto sono le chiacchiere del diavolo. È un malocchio, uomo, ce l’ho addosso da sempre, sta là attaccato al cuore da quando quella meraviglia incosciente di mia madre mi ha sputato dentro Babilonia. Dentro Babilonia mi trema la voce, lo sguardo dell’altro dice sempre che io non vado bene. E la sai una cosa?
-Cosa?
-Io ci credo. Cioè: io gli credo, all’altro. Ma lo anticipo, lo anticipo sempre. È per qusto che sono finito qui, uomo. Non chiedo nemmeno l’elemosina: frugo nei bidoni. Chiedere l’elemosina mi farebbe sentire malissimo.
-E ora non ti caghi sotto?
-No di certo, uomo.
-Eppure stai parlando con uno che potrebbe considerarti un incapace. Dato che tu stesso lo pensi.
-Penso cosa?
-Pensi di essere un incapace.
-Penso cosa?
-Pensi di essere un incapace.
-Dillo ancora, uomo.
-Pensi di essere un incapace.
-Questa è musica per le mie orecchie, sai? Ma secondo te lo sono?
-Non lo so, non ti conosco. Magari no.
-No, uomo, devi credermi, lo sono.
-Va bene, ti credo.
-Senti. Non so come dirtelo. Hai qualche moneta?
-No.
-Merda.